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GRINTA E GRAZIA – MERYL STREEP

IL FRULLATO – IL LATO DELLA FRU

a cura di Sara Fruner

Nel secondo giorno della Convention Democratica di Philadelphia, il 26 luglio scorso, Hillary Clinton ha potuto contare sull’endorsement di una supporter di razza. Meryl Streep ha tenuto un discorso in suo favore con i tempi, i modi, i toni e i contenuti di una vera mattatrice politica.

Il suo intervento è ruotato tutto attorno a “grazia” e “grinta”, due qualità che, a sentire la Streep, appartengono alla Clinton e che fanno di lei la candidata ideale per la presidenza americana.

Che questo corrisponda al vero o meno non è affar del Frullato di oggi, quanto piuttosto il fatto che quei due tratti appartengano a lei, Meryl.

Grit and grace.

Ripensando alla sua carriera cinematografica, tanti sono i film che hanno tirato fuori da lei ora la grinta ― The Iron Lady, Il dubbio, Il diavolo veste Prada ― ora la grazia ― Il cacciatore, I ponti di Madison County, Innamorarsi ― ora entrambi contemporaneamente ― Kramer contro Kramer, La mia Africa, The Hours.

Meryl Streep rientra in quell’olimpo di attori che, qualsiasi ruolo interpretino, qualsiasi regista li diriga ― anche il più mediocre dei mediocri ― riescono a brillare, e a far brillare il film. In questo gota siede anche il nostro Toni Servillo, talmente bravo, talmente sempre “in parte” che, per l’ultimo suo film ― Le confessioni di Roberto Andò ― ho viaggiato sul filo della perversione, sperando che recitasse male, che non fosse nel personaggio, che trapelasse, una volta, la sua umana fallacia.

Che illusa! Ennesima interpretazione eccelsa, su cui per altro poggia la salvezza del film. Servillo, a oggi, è infallibile. Prendiamone atto.

Ho fatto la stessa prova perversa con Meryl e con un film da cui mi sarei aspettata tutto fuorché un esito positivo.

Con questo stato d’animo, lo scorso settembre, andai a vedere Dove eravamo rimasti, di Jonathan Demme. Il film racconta la storia di una rocker nei suoi secondi -anta che, nei suoi primi -enti, ha lasciato marito e figli per seguire la strada della musica, ed è finita a fare la cassiera di giorno e a suonare di notte nei bar della San Fernando Valley californiana, tutto biliardi e camperos, birra cheap e squallore. Look da rockettara fuori tempo massimo, capelli punkabbestia, giubbotto di pelle e fuseaux anni ’80, per di più filo-repubblicana, sboccata e anti-buonista. La locandina del film non faceva che anticipare la mia vittoria: avrei trovato la Streep fuori ruolo e luogo ― la regina indiscussa dei ruoli impegnati, nei panni di una rocker? Dai, siamo seri… Finalmente un copione sbagliato. Meryl è umana.

Dove Eravamo Rimasti - Maryl Streep

E invece, proprio come per Servillo… Debacle! Sono stata pubblicamente smentita. Non solo Meryl è perfettamente nel personaggio, ma risulta essere un’autentica forza della natura. Interpreta alla grande pezzi del Boss, di Bono e di Lady Gaga, accompagnandosi con la chitarra; è ironica, caustica, tranchant, e malinconica, tragica, tenera ― hopeless, direbbero gli inglesi. E se non intravedessi dietro l’apparenza grintosa e sdrucita la grazia di Meryl, la bionda angelica Meryl, ti sembrerebbe davvero una musicista professionista.

Ovviamente l’effetto non è frutto di una magia, ma di un lavoro meticoloso che l’attrice compie sempre sui ruoli che sceglie d’interpretare. Per esempio, in questo caso, ha studiato chitarra per mesi ― quanto al canto, lei è dotata di suo: la ricordiamo scatenata nei musical Mama Mia! e Into the Woods.

Onore a Meryl quindi, che si è dimostrata vincente anche in Dove eravamo rimasti ― mentre io uscivo dalla sala con la coda fra le gambe, e una gran voglia di spingere gli amici ad andare a vedere il film per apprezzare lei, se non proprio il film. E le perdoniamo tutto. Anche l’urlo liberatorio da cow-girl prima dell’intervento alla Convention Democratica. Anche la bandiera americana stampata sulla camicia che indossava: più un outfit da raduno harleysti a Tucson, che mise per un’occasione istituzionale… Ma anche lì, in quel comportamento e in quella scelta, è la sua grinta a uscir fuori, mentre la sua grazia innata fa acquisire un senso anche alla camicia più improbabile che possiate immaginare.

È la bellezza del talento, che non ha bisogno di bon ton e capi firmati per palesarsi.

…E pensare che nel 1975 fu rifiutata da Dino De Laurentis per King Kong perché considerata “brutta”…